Edizione Roma·Design & Casa·Roma Nord
Cinque case che ridisegnano Roma Nord
Un viaggio nelle abitazioni che stanno riscrivendo il vocabolario residenziale tra Cassia, Olgiata e Vigna Clara.
Redazione · 03 maggio 2026 · 5 min

Roma Nord è il laboratorio più discreto del decennio. Cinque case ce lo dicono meglio di una mostra.
Negli ultimi tre anni, lungo l'asse che collega la Cassia all'Olgiata, e poi giù verso Vigna Clara e su fino a Tomba di Nerone, è successa una cosa che pochi hanno notato fuori dal mondo dell'architettura: si è ricominciato a fare interni domestici di livello. Non ville di rappresentanza. Non case di committenza muta. Case scritte, con autori, con materiali scelti, con dettagli fatti su misura.
Roma Nord è stata, per lungo tempo, sinonimo di un certo gusto della borghesia capitolina anni Settanta: legni scuri, marmi pesanti, divani lunghi. Adesso è il luogo in cui i progettisti più giovani della città stanno scrivendo un'altra grammatica: legni chiari, intonaci materici, soffitti a vista, finestrature ridisegnate. Cinque case, in particolare, raccontano questo passaggio meglio di altre. Le abbiamo viste tutte tra marzo e aprile. Le presentiamo qui, in ordine di stagione.
1. Casa C., Cassia — la conversione
Casa C. è una palazzina degli anni Sessanta sulla Cassia, ottavo piano, vista sui pini. Il progetto, firmato dallo studio milanese Atelier B-9 (con direzione lavori romana), ha eliminato tre tramezzi, riportato l'appartamento alla sua geometria originaria a L, e ricomposto la zona giorno intorno a un pavimento in cemento lisciato color sabbia.
Il dettaglio più riuscito non è una scelta di materiale, è una scelta di soglia: l'ingresso è stato ridotto a un corridoio di un metro e dieci, con scaffalatura in noce su una parete sola. Si entra in casa C. e si è già in salotto. La soglia non è eliminata, è compressa. È una mossa che richiede coraggio, e che funziona soltanto perché la zona giorno è abbastanza ampia da assorbire l'effetto.
Materiali: cemento lisciato (pavimenti), noce europeo (cucina, libreria, porte), tessuti naturali sbiancati (tendaggi, divani). Cifra del progetto: dichiarata in seicento euro al metro quadro per gli interni, esclusi mobili.
2. Casa D., Olgiata — il bianco lavorato
Una villetta a schiera anni Settanta, all'Olgiata, ridisegnata interamente da uno studio romano di sei persone. La cifra del progetto è il bianco — ma non un bianco piatto, un bianco lavorato a calce sui muri, a stucco veneziano sui soffitti, a vernice opaca sulla boiserie ridotta. Tre bianchi diversi, per chi guarda con attenzione, in dialogo l'uno con l'altro.
Il dettaglio più interessante è la cucina, una cucina aperta sull'angolo del giardino, con un piano in pietra serena di Firenzuola e una cappa nascosta dentro un controsoffitto sospeso a quaranta centimetri dal soffitto vero. La cappa non si vede, eppure tira: i progettisti hanno lavorato per mesi sulla giusta inclinazione. È un dettaglio che si nota solo quando si cucina davvero, ed è quello che separa una casa fotografata da una casa vissuta.
Materiali: stucco veneziano (soffitti), calce naturale (muri), pietra serena (cucina), rovere chiaro a spina ungherese (parquet). Architetto preferisce non dichiarare cifra.
3. Casa V., Vigna Clara — la luce diagonale
Una casa al primo piano di una palazzina anni Cinquanta a Vigna Clara, ridisegnata da un architetto-fotografo che ha lavorato sull'unico vincolo serio dell'appartamento: una luce di taglio molto bassa, da est, per quattro mesi all'anno. Tutti gli interventi sono stati pensati per assecondare quella luce, non per correggerla.
Il pavimento è in cotto smaltato bianco-avorio, le pareti sono in tinta calce su tonalità sabbia chiara, le porte sono state ricavate dal modello originale degli anni Cinquanta — con maniglia in ottone brunito — e restaurate. Non c'è un mobile su ruote, non c'è un metallo lucido, non c'è un colore freddo. Quando la luce di taglio arriva, alle nove del mattino di gennaio, tutto si accende di una temperatura calda che il progettista chiama "l'ora del miele". È stata l'unica volta in cui in cinque case un autore ha usato un'espressione poetica per descrivere il proprio lavoro. Era una buona espressione.
Materiali: cotto smaltato (pavimenti), calce (pareti), ottone brunito (ferramenta), legno di ciliegio (mobili custom). Cifra: progetto autoprodotto, l'architetto vive nella casa.
4. Casa P., Tomba di Nerone — la libreria continua
La quarta è la più grande: 220 metri quadri, in una palazzina anni Settanta a Tomba di Nerone, ridisegnata da uno studio padovano per una committenza romana, due adulti più due figli. La cifra del progetto è una libreria continua che attraversa tre stanze — soggiorno, studio, ingresso — su una parete unica, alta tre metri, in noce con ripiani in vetro spessore 10 mm.
La libreria contiene 1.800 volumi censiti dalla committente, una traduttrice di formazione classica. Ma più del numero conta il fatto che la libreria, da progetto, è un elemento strutturale: nessun mobile della casa è stato pensato senza tenerne conto. Il divano, il tavolo da pranzo, le luci sospese — tutto è in dialogo con la libreria. È un caso raro di architettura d'interno in cui un solo elemento detta la regola del resto.
Materiali: noce nazionale (libreria), seminato veneziano riportato (pavimenti zona giorno), parquet rovere fumé (zona notte), illuminazione su binario in ottone satinato. Cifra: stimata in 380mila euro.
5. Casa F., Flaminio — la geometria minima
L'ultima è la più piccola. Un sessanta metri al Flaminio, ridisegnato da una giovane architetta romana al primo progetto firmato in autonomia. La casa è la sua. Le scelte sono talmente nette che meritano la chiusura del pezzo: un pavimento in resina cementizia color crema, una sola libreria a giorno in tubolare metallico verniciato grigio, una cucina che è un blocco unico di pietra lavica nera, niente porte interne se non quella del bagno.
È la casa più piccola e quella che restituisce il senso più chiaro di che cosa stia succedendo a Roma Nord adesso. Non è una questione di metratura, non è una questione di soldi. È una questione di scrittura. Quando un'architetta giovane può fare una casa da sessanta metri con questa precisione, vuol dire che il livello medio della committenza romana si è alzato di un gradino.
Materiali: resina cementizia (pavimenti), pietra lavica grezza (cucina), tubolare metallico (libreria), tessuti riciclati naturali (tendaggi).
Cinque case, cinque modi diversi di pensare la casa romana del decennio in corso. Non c'è uno stile dominante, non c'è una scuola. C'è — questo sì — una nuova attenzione a tre cose insieme: la luce, la soglia, il materiale. È poco, e però è esattamente la grammatica con cui si fanno le case che durano.
Nel prossimo numero ci spostiamo a Roma Sud — Testaccio, Garbatella, Ostiense. Si vedrà se la grammatica cambia, o se il decennio si scrive uguale anche più a sud.
Roma Nord — sopralluogo del 3 maggio 2026