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Edizione Roma·Speciale Tipografie·Monti

Le insegne di Roma

A Monti restano cinque botteghe che dipingono ancora le insegne dei bar a mano. Mario ha sessantotto anni, Aurelio trentuno. Una settimana con loro.

Redazione · 06 maggio 2026 · 6 min

Via dei Serpenti vista da piazza della Madonna dei Monti, con insegne dei bar storici.
Via dei Serpenti dalla piazza della Madonna dei Monti — Roma·Foto Lalupa / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)

Le otto e venti. Mario monta la scala davanti al bar di via Urbana e apre la cassetta dei pennelli.

Dentro la cassetta, allineati per misura, ci sono dodici pennelli a punta tonda di setola di martora, un righello di legno lungo cinquanta centimetri, due barattoli di smalto sintetico (uno bianco, uno blu oltremare), un panno per le bave, e una vecchia foto polaroid dell'insegna così com'era nel 1987 — quando suo padre la dipinse per la prima volta. Mario ha sessantotto anni. Sta per ridipingere la "C" di Caffè per la quarta volta in trentaquattro anni. Sempre la stessa C, sempre con lo stesso pennello.

A Monti, in dieci minuti a piedi dalla fermata Cavour, restano ancora cinque botteghe in cui l'insegna del bar viene dipinta a mano. Cinque su circa quaranta locali. Le altre trentacinque sono insegne in plexiglas retroilluminato, vinile adesivo, pannelli stampati industrialmente. Le cinque dipinte si riconoscono al volo: hanno una grana che la stampa non riesce a fare, e una temperatura di bianco che cambia leggermente con la luce. Sono, in senso letterale, scritte da una mano.

La grammatica delle insegne

Roma è una delle ultime grandi città europee in cui sopravvivono insegne dipinte storiche in centro. A Parigi sono quasi tutte protette per legge, a Londra sono diventate oggetto di restauri commissionati dal Comune, a Milano sono praticamente sparite negli anni Novanta. A Roma resistono per inerzia: sono lì perché nessuno ha avuto i soldi o la voglia di toglierle, e perché ogni tanto qualcuno come Mario passa e le ridipinge.

Il quartiere a maggior densità è Monti — via Urbana, via dei Serpenti, via Leonina, via degli Zingari. Subito dopo Testaccio, nella zona del Mattatoio, e poi qualche presenza in Trastevere e in San Lorenzo. In tutta la città, una stima conservativa parla di duecento insegne ancora dipinte a mano. Trent'anni fa erano almeno duemila.

C'è una grammatica condivisa, e si nota appena la si cerca. I caratteri delle insegne romane sono quasi sempre grazie larghe, ottenute con pennelli a punta tonda, su fondo chiaro. La punteggiatura, quando c'è, è ridotta a un punto fermo o a una virgola. I numeri civici sono spesso più piccoli delle parole. E i colori — fuori dal bianco e dal nero — appartengono a una tavolozza ridotta: blu oltremare, ocra, terra di Siena, verde inglese. È la tavolozza degli smalti sintetici disponibili nelle ferramenta romane prima che arrivassero le vernici acriliche.

Mario, sessantotto anni

Mario abita in via dei Serpenti, due rampe su, dal 1972. Ha cominciato a dipingere insegne a quindici anni, andando a bottega da suo padre. Quando suo padre è morto, nel 1991, lui aveva appena trentacinque anni e quattordici insegne attive in carico. Adesso ne ha cinque.

"Le insegne dipinte non si fanno più, non per cattiveria — per costo", ci spiega mentre prepara il bianco diluendolo nel barattolo con una bacchetta di legno. "Una mia insegna costa al cliente tra gli ottocento e i milleduecento euro, dipinta da zero. Una insegna in vinile stampato, fatta in giornata, costa duecento euro. La differenza è che la mia dura quindici anni e la loro otto. Ma il cliente, quando apre, ha già speso troppo. Sceglie quella che costa meno."

Una mia insegna dura quindici anni. Una stampata, otto. Ma chi apre ha già speso troppo. Sceglie quella che costa meno.

Il suo pennello preferito, quello con cui sta scrivendo la C in questo momento, ha venticinque anni. Lo lava ogni sera con sapone di Marsiglia e lo ripone in piedi, manico in giù, su una mensola. "Un pennello fatto bene si tiene per la vita", dice. "Sono io che durerò meno di lui."

Aurelio, trentuno anni

A duecento metri da Mario, in vicolo del Boschetto, ha appena aperto bottega Aurelio. Trentun anni, romano, formazione da grafico — ha lavorato per cinque anni in uno studio di branding di Milano, è tornato a Roma due anni fa, e dal gennaio scorso ha messo su un piccolo laboratorio di tre persone che fa due cose insieme: insegne dipinte a mano, su commessa, per locali nuovi; e restauro di insegne storiche, su segnalazione dei proprietari.

"Ho cominciato perché in studio mi facevano fare cose che si sarebbero potute fare in dieci minuti su un'app gratis", ci racconta mentre ci mostra una insegna in lavorazione, una scritta in oro su fondo verde scuro per un wine bar che aprirà a Trastevere a luglio. "A un certo punto mi sono detto: voglio fare un mestiere in cui se sbagli si vede e non si torna indietro."

I suoi clienti sono soprattutto giovani che aprono locali e cercano una cifra distintiva. "Quasi sempre arrivano con un riferimento estetico francese — Parigi, Lione — perché lì il dipinto a mano è stato proprio recuperato come trend. Io però gli faccio sempre vedere prima Roma. Le insegne romane hanno una grammatica loro, più larga, più semplice, meno preziosa. Non hanno bisogno di sembrare francesi."

Aurelio fa pagare una insegna nuova tra i milleduecento e i tremila euro, a seconda della complessità. Più cara di quella di Mario. Ma è esplicito sulla differenza: "Mario fa il mestiere come si è sempre fatto. Io ci sto aggiungendo un livello di progetto — disegno il carattere su misura per il locale, lo testo, lo provo. È un altro lavoro. Lui è l'artigiano. Io sto cercando di essere il designer dell'artigianato."

Il restauro come gesto pubblico

C'è una terza cosa che sta succedendo a Roma sulle insegne, e merita attenzione: il restauro. Da circa due anni, alcuni proprietari di palazzi del centro hanno cominciato a far restaurare le vecchie insegne dipinte sui muri esterni — quelle storiche, di farmacie, mercerie, calzolerie sparite da decenni, ma con la scritta ancora lì sotto la pittura nuova. È un fenomeno piccolo, ma costante.

Aurelio, in questi due anni, ha restaurato sette insegne murali. Una farmacia degli anni Trenta in via dei Coronari, un calzolaio degli anni Venti in via del Pellegrino, una merceria del 1948 in via dei Banchi Nuovi. Lavora in piedi, sulla scala, di domenica mattina, perché la luce sui muri della Roma vecchia è migliore prima delle dieci. "Quando la finisco, qualcuno per strada si ferma a guardarla. Non capisce subito cosa è cambiato. Si rende conto che adesso si vede una cosa che prima non si vedeva, ma non sa dire cosa."

È, in fondo, la definizione esatta del mestiere. Riportare in superficie una scrittura che era stata cancellata dalla quotidianità senza che nessuno se ne accorgesse.

Che cosa resterà

Mario continuerà a fare la sua C di Caffè finché ce la farà fisicamente. Aurelio probabilmente diventerà, nei prossimi cinque anni, una delle firme di riferimento per i locali nuovi del centro. In mezzo, le altre quattro botteghe di Monti — tre uomini fra i sessanta e i settantacinque anni, una donna di cinquantadue — porteranno avanti il mestiere finché potranno.

La domanda non è se le insegne dipinte sopravvivranno. Sopravvivranno, in qualche forma, perché un mestiere che porta valore visibile a una città trova sempre qualche giovane che lo riprende. La domanda è se Roma riconoscerà che si tratta di patrimonio. Le scritte dipinte sui muri delle vie del centro non sono decorazione: sono la grammatica visiva del quartiere, scritta a mano negli ultimi cento anni da quattro o cinque generazioni di artigiani. Cancellarle vuol dire cancellare un tipo di carattere romano che non si riproduce in fonderia digitale.

Mario, alle dieci e cinque, scende dalla scala. Si pulisce le mani con il panno, si toglie il grembiule, lo ripiega in quattro e lo rimette nella cassetta. La C nuova è lucida, ancora bagnata. "Domani la guardo con la luce giusta. Adesso non si capisce niente." Si carica la scala in spalla, saluta il proprietario del bar, e si avvia in via dei Serpenti.

Sopra la sua testa, lungo cinque metri, la scritta del bar è di nuovo nuova. Durerà fino al 2040.

Monti — Roma — sopralluogo del 5 maggio 2026